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In campo con i propri figli? No grazie, meglio un passo indietro.

A volte idealmente come genitori vorremmo scendere in campo con i nostri figli, essere i loro fidati mediani per sostenerli, rassicurarli o semplicemente perché condividiamo con loro una passione. Ma attenzione: è fondamentale distinguere noi stessi dai nostri figli.

Succede infatti che il proprio figlio sia vissuto come un prolungamento di noi stessi. Un atteggiamento, quasi naturale e non gestibile, conseguenza della tendenza dell’essere umano a vedere una parte di sé nel proprio figlio. Così se capita di vedere piangere il proprio figlio in mezzo al campo perché ha sbagliato un goal o ha subito un fallo, ci si immedesima sentendosi inquieti, reagendo in modo negativo. Tutto ciò accade perché quell’esperienza viene vissuta come un attacco alla parte di se stessi a cui si tiene di più: quella proiettata sul figlio.

Così il genitore vive le esperienze del proprio figlio immedesimandosi nelle sconfitte e nelle vittorie. Questo atteggiamento può turbare il bambino, sensibile agli stati d’animo del genitore e al suo comportamento. Se dopo aver perso la gara, vede il genitore silenzioso o ipercritico, oppure a seguito di una vittoria troppo esuberante, il rischio è che si possa sentire accettato da lui soltanto se vincente. Ciò può portarlo in partita, a concentrarsi soltanto sul tentativo di non perdere, per evitare di sopportare la delusione di vedere insoddisfatto il proprio genitore.

E invece il bambino non deve mettere al centro il genitore.

Sarebbe invece costruttivo che si concentrasse sulla collaborazione con gli altri compagni, sulla sua crescita, su ciò che gli suggerisce dalla panchina il mister per disputare al meglio la propria gara, non quella che si aspetta il genitore. La capacità di diventare autonomi, di sentirsi dentro una storia, la propria storia, fa crescere l’autostima e forma il carattere del bambino.

E’ determinante lasciare al proprio figlio lo spazio di farsi un’idea personale degli altri e delle situazioni. Il bambino di solito, valuta le sue esperienze in base a come i genitori le vivono, in quanto deve ancora costruire un senso critico. Lo sport è prezioso anche per questo processo di crescita e formazione.

Se si dice al proprio figlio: “Queste scarpe hanno un colore per te assurdo“ lui molto spesso non riesce a capire che si tratta di un giudizio personale, ma pensa che in assoluto quel colore non gli stia bene. Nel contesto dell’esperienza calcistica questo significa che dare giudizi personali su altri calciatori, sull’allenatore, o su un’altra squadra, potrebbe confondergli le idee, minando il rapporto che il bambino tenta di stabilire con gli altri. Per questo è utile delegare la preparazione del figlio, esclusivamente all’allenatore.

Partecipare all’attività del figlio come se si assistesse al calcio degli adulti, entusiasma e coinvolge i genitori, ma senza dubbio relega in secondo piano l’attenzione per il bambino e molto spesso incide sulla figura dell’allenatore, esponendolo a critiche e giudizi poco obbiettivi, che rischiano di interferire sul lavoro. Bisogna tuttavia riconoscere, che spesso il genitore agisce in modo inadeguato involontariamente, perché non si rende conto che l’allenatore rappresenta per il proprio figlio una figura di riferimento importante, che il bambino tende ad idealizzare e che le critiche rivolte al tecnico possono disorientarlo.

L’allenatore che lavora in una scuola calcio dovrebbe essere riconosciuto un ruolo ben diverso da quello del tecnico delle squadre che si seguono in televisione. Egli è un educatore che insegna al giovane calciatore non solo a stoppare la palla ma anche ad esprimere al meglio le sue potenzialità: la capacità di socializzazione in un gruppo, di gestire l’ansia attivata dal mettersi in gioco, la capacità di diventare autonomi negli spogliatoi, di rispettare l’autorevolezza dell’allenatore, il riconoscimento delle regole condivise e quindi una serie di aspetti dal valore educativo utili per la crescita. E’ sbagliato, quindi, limitare a valutare l’operato dell’allenatore esclusivamente dalle vittorie conseguite. 

Molto spesso, il genitore concentrato esclusivamente sul risultato, non coglie taluni aspetti e muove più o meno direttamente delle critiche, che rischiano di confondere il tecnico e ripercuotersi sull’andamento della squadra.

Il genitore dovrebbe cercare di rendersi conto di quali siano le sue aspettative nei confronti del proprio figlio e quali siano le reali capacità del figlio di attuarle. Ogni bambino ha le sue preziose potenzialità e se tra queste non ci rientra la capacità di giocare bene a pallone amen, nessun dramma. Bisogna essere in grado di riconoscere che il proprio figlio potrebbe sentirsi molto più realizzato e sicuro di sé nell’ambito di un altro sport. Meglio ancora fargli capire che il calcio è un gioco e che prima di tutto ci si deve divertire, in questa ottica non è necessario essere un campione per disputare una gara.

Il genitore dovrebbe chiedersi cosa si aspetta dal proprio figlio, in questo modo potrà rendersi conto che al di là delle aspettative compensatorie per cui si desidera vedere attuare in lui quello che non si è riusciti a diventare, l’aspettativa a cui ogni genitore tiene di più è quella di desiderare che il proprio figlio diventi un adulto sereno. 

Per far si che ciò avvenga bisogna prima di tutto lasciarlo libero di essere se stesso e proporsi come valido riferimento da cui trarre conforto ma anche incitamento, controllando meglio che si può l’insidioso tentativo che a volte sfugge, di plasmarlo secondo i propri desideri.

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